La città delle torri

Dall’esuberanza turrita allo scorrere timido della città (che fu) dell’acqua e della seta.

Torri, potere e prestigio, architettura da imitare; i Bentivoglio, i signori del Rinascimento bolognese; il Ghetto, città nella città; curiosità ed ecclettismo del Bocchi; canali e filatoi, l’industria serica a Bologna…

L’itinerario si snoda tra questi temi, riportandoci indietro di molti secoli, in un tempo in cui chi aveva la propria torre aveva potere, era rispettato dai più e invidiato da rivali che ambivano a “sopraelevarsi”. Anche i Bentivoglio avevano una torre, però dimostrarono il loro potere anche con l’arte, lasciandoci opere di straordinaria bellezza.

La Chiesa li cacciò e prese le redini della città: il papa volle il Ghetto per segregare gli ebrei, e oggi rimane la singolare architettura e la toponomastica.

Non molto lontano, nella casa del Bocchi, gli intellettuali dell’epoca discutevano animatamente.

Nel mentre, l’acqua scorreva fra le case della città, i mulini macinavano e le filande filavano una fibra preziosissima che vestirà dame e cavalieri di tutta Europa….

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Itinerario

Palazzo dei Drappieri, Piazza di Porta Ravegnana 1/c

Chiamato anche palazzo degli Strazzaroli, è un’importante architettura merlata dell’età dei Bentivoglio, che riprende i tratti del loro palazzo di residenza, distrutto nel 1507. Edificio progettato dal Piccinini nel tardo ’400, fu sede della corporazione dei mercanti di drappi, detti anche strazzaroli (era l’unica corporazione che ammetteva ebrei al suo interno).

È un palazzo con ricche decorazioni in cotto. In facciata vi è un balconcino con la Madonna in nicchia, protetta da un baldacchino, visibile solo in occasione della discesa della Madonna di San Luca e per la celebrazione degli “Addobbi” della Parrocchia di San Bartolomeo.

Accanto ad essa è murato un campanello che suonava durante i raduni del Consiglio dei Drappieri. I bolognesi usavano dire di quest’edificio: che aveva “nov port, nov fnèster, nov fnistrein, la Madona e al campanlein”, cioè “nove porte, nove finestre, nove finestrine, la Madonna e il campanellino”.

Basilica dei Santi Bartolomeo e Gaetano, Strada Maggiore 4

Chiesa barocca, costruita dai padri Teatini nel ’600 sugli avanzi del mai concluso Palazzo Priorale di Giovanni Gozzadini, di cui è rimasto il magnifico portico rinascimentale in pietra arenaria scolpito da Andrea da Formigine.

All’interno una straordinaria decorazione ad affresco dei migliori rappresentanti dell’illusionismo del ’600 e del ’700: una resa eccezionale e la stupefacente impressione di trovarsi a contatto diretto con la realtà, e non con una raffigurazione. Opere del Colonna, di Marcantonio Franceschini, dell’Albani, di Ludovico Carracci e di Guido Reni.

La celeberrima tela di Guido Reni rappresentante la Madonna col Bambino dormiente fra le braccia, famosa come capolavoro di grazia e di armonia, fu rubata in una notte del luglio 1855 e portata all’estero. Il quadro fu ritrovato qualche anno dopo a Londra, ove si tentava di venderlo. Grazie anche al Governo inglese la tela fu recuperata e, con vera festa della popolazione bolognese, ricollocata al suo posto all’interno della chiesa.

Oltre alla chiesa, il complesso comprende: il battistero, frutto della trasformazione dell’oratorio cinquecentesco, che conserva l’affresco della Madonna delle Grazie di Lippo Dalmasio (1355-1410), un tempo appoggiato alla Torre Garisenda; il campanile, costruito nel 1694 con la cuspide del 1748, che custodisce le quattro campane fuse nel 1857 da Clemente Brighenti e l’orologio di Camillo Franchini, datato 1858; la sacrestia teatina ospita tre tele di Cesare G. Mazzoni (1678-1763) con storie dell’Ordine Teatino, e altre opere di diverse epoche. La cripta sotto il presbiterio fu affrescata nel 1743 con la Via Crucis del contemporaneo Giuseppe Parenti.

Torre Garisenda

Innalzata dai Garisendi a pochi metri dalla maggiore Asinelli, con una pendenza che apparentemente sfiora i limiti della legge di gravità, è fra le più famose della “selva turrita”, cioè le torri costruite nel medioevo come strumenti di difesa e di prestigio.

Un tempo sfiorava i 60 m di altezza, oggi ridotti a 48. Fu mozzata nel XIV secolo da Giovanni da Oleggio per ragioni di sicurezza a causa del cedimento delle fondamenta.

Dante ne parla due volte, nella sua prima poesia conosciuta, che proverebbe la sua permanenza a Bologna come studente, e poi nella Divina Commedia, Inferno, Canto XXXI, dove ispirò l’immagine del gigante Anteo.

Nel ’400 la torre divenne proprietà della Società dei Drappieri, che avevano la loro sede proprio di fronte, nel Palazzo degli Strazzaroli, e che nella piazza prospiciente tenevano mercato. Intorno alla base di selenite della torre vennero costruiti edifici a servizio dei venditori e anche una chiesetta intitolata a Santa Maria delle Grazie.

Nel 1804, in epoca napoleonica, le corporazioni furono soppresse e la torre venne acquisita dalla famiglia Ranuzzi, poi passò ai Malvezzi Campeggi, che un secolo dopo, nel 1904, la vendettero al barone Raimondo Franchetti.

Il nuovo proprietario decise di donarla al Comune di Bologna che si impegnò a curarne la manutenzione.
Nel frattempo, erano state demolite le casupole e la chiesetta che attorniavano la torre.

Via Zamboni

Da Piazza di Porta Ravegnana fino all’antica porta ancora superstite, si estende la via Luigi Zamboni, una delle strade più monumentali, belle e vivaci di Bologna. Un tempo fu il quartiere residenziale dei Bentivoglio che qui costruirono la loro domus aurea, dimora distrutta nel 1507.

A partire da un piccolo slargo dove si affaccia la chiesetta di San Donato (che per secoli diede nome alla strada), è tutto un susseguirsi di palazzi storici, dimore di famiglie aristocratiche, ora sedi di facoltà universitarie e di diverse istituzioni.

La Chiesa di San Giacomo Maggiore e il suo portico rappresentano una delle tante meraviglie di Bologna; si raccontano storie e aneddoti dell’epoca bentivolesca, dove gli Agostiniani accolsero e benedirono Sante Bentivoglio e la dodicenne sposa Ginevra Sforza, che divenne poi la moglie di Giovanni II Bentivoglio.

All’interno del tempio, nella cappella Bentivoglio, si trova il grande dipinto quattrocentesco di Lorenzo Costa che raffigura la famiglia al completo: Giovanni, Ginevra e i loro undici figli. Proseguendo lungo il portico si accede all’Oratorio di Santa Cecilia, fatto costruire da Giovanni II e dipinto con un ciclo di affreschi da pittori di spicco: Francesco Francia, Amico Aspertini, Lorenzo Costa, Il Chiodarolo e il Tamarocci. Vi è raccontata la storia dei santi sposi martiri Cecilia e Valeriano.

Sulla sinistra della via Zamboni, dopo il Palazzo Malvasia, si snoda una sequenza di edifici illustri per arte e architettura: il Palazzo Magnani (oggi sede dell’Unicredit), prezioso per il fregio con le Storie della fondazione di Roma dipinto dai Carracci nel 1590/91. Segue il Palazzo Malvezzi Campeggi con affreschi del Bigari e del Lodi, il Teatro Comunale, progettato da Antonio Galli Bibiena nel 1763 e che sorge sulle rovine dell’antico Palazzo Bentivoglio.

Oltre la Piazza Verdi, sulla destra, la via è densa di edifici occupati dall’Università: Palazzo Poggi con la sua Specola, il Museo di Geologia e di paleontologia voluto da Giovanni Capellini, e le moderni sedi di geologia e di matematica.

Palazzo Poggi è il più importante: fu progettato da Pellegrino Tibaldi e contiene affreschi dello stesso Tibaldi e di Niccolò dell’Abate. Al suo interno la preziosa Biblioteca Universitaria e i Musei dell’Università.

Ghetto ebraico

Al Ghetto ebraico si accede dalla parte meridionale della via Oberdan e dalla via Valdonica. Il Ghetto è composto da varie stradine di cui alcune parzialmente porticate: vicolo Tubertini, vicolo San Giobbe, vicolo Mandria, via San Simone, via Valdonica, via dell’inferno, via del Carro, via Canonica e via de’ Giudei.

Un tempo gli accessi al ghetto, nel quale gli ebrei furono confinati a partire dal 1556, erano chiusi da portali di legno che alla sera venivano sbarrati scrupolosamente. Le finestre delle abitazioni dovevano essere piccole e sopraelevate perché non consentissero uscite durante la chiusura della cittadella.

La città, a quei tempi governata dalla Chiesa, non era buona verso gli ebrei in quanto colpevoli di aver crocefisso Gesù. Capitavano non raramente scorribande punitive nel Ghetto da parte di bande o di teppisti, tanto che gli ebrei per ripararsi dalle brutte sorprese (abituali alla sera o di notte), si servivano dei tipici voltoni cavalcavia che rappresentavano un passaggio sopraelevato interno, grazie al quale era possibile spostarsi da un punto all’altro del Ghetto senza farsi vedere e restando al sicuro, protetti da muri massicci. Sono ancora presenti alcuni di questi voltoni (Mandria, Tubertini, San Giobbe e del Carro). U

n’altra prudenza usata dagli abitanti del ghetto era quella di aprire spioncini sotto i portici per poter vedere chi si avvicinava alla porta: ne sono ancora visibili due (in via dell’Inferno 3 e in via Valdonica 14).
Tutti gli ebrei residenti a Bologna furono allontanati dalla città nel 1569, vi rientrarono nel 1587 e furono nuovamente respinti nel 1593.

Torre Azzoguidi o Altabella, Via Altabella 15

Partendo dalla piazza del Nettuno e dirigendosi verso nord lungo via Indipendenza, la prima strada a destra che si incontra è via Altabella.
La curiosa denominazione è attribuita da alcuni all’alta torre degli Azzoguidi, conosciuta anche come torre Altabella (costruita nel XII secolo), che misura 61 m e che sorge proprio al centro della via. Altri storici invece sostengono che il nome sia da attribuirsi a un edificio ora scomparso, altri ancora fanno riferimento a una dama che abitava nella via.

È la seconda torre di Bologna per altezza dopo quella dell’Asinelli. In passato era probabilmente anche più alta, come dimostra lo spessore dei muri alla base (2,28 metri) e la presenza di una finestra che è mozzata dal tetto attuale. Come da manuale, la base della torre è formata da blocchi di selenite, mentre guardando verso l’alto, a circa 28 metri dal suolo, è presente un ridimensionamento dei muri che ne snellisce notevolmente la struttura.

L’Azzoguidi è una delle torri della triade dei grattacieli medievali, insieme alla torre Galluzzi e alla Prendiparte. Le tre famiglie erano guelfe e le rispettive torri erano collocate in luoghi strategici della città.

La via invece, prima di chiamarsi Altabella, ebbe nomi diversi: via delle Selle e via dei Leoni, facilmente attribuibile alla presenza della famosissima Porta dei Leoni eseguita intorno al 1220 dal maestro Ventura e purtroppo smontata nel 1593.

Quasi di fronte alla torre si eleva l’altissimo porticato del Palazzo Arcivescovile che è anche il più alto di tutta la città. Si ritiene sia stato costruito dal vescovo Enrico della Fratta nel 1213, eccetto le quattro arcate verso via Sant’Alò, erette nel XVI secolo.

Nella parte all’interno dell’ampio cortile, l’edificio fu riedificato da Domenico Tibaldi e restaurato circa verso la metà del secolo XIX dal cardinale Opizzoni. Il palazzo, decorato con affreschi settecenteschi e ricco di sculture e dipinti, custodisce un importante archivio capitolare e la biblioteca Breventani, preziosa per le molte opere storiche locali.

Torre Prendiparte, Piazzetta Prendiparte (via Sant’Alò)

La piazzetta prende il nome dall’omonima torre Prendiparte, una delle più alte della città (59,5 m), eretta intorno al 1150 dai Prendiparte, feudatari ricchissimi.

Nel ’200 i Prendiparte possedevano l’intero isolato compreso tra le attuali vie Rizzoli, Fossalta, Caduti di Cefalonia e Sant’Alò. Il più famoso del casato fu Prendiparte dei Prendiparte, podestà di Bologna, storico protagonista nella guerra contro Federico Barbarossa, che divenne poi suo alleato.

I Prendiparte rimasero proprietari della torre fino al 1358. Essa passò poi ai Fabruzzi, ai Seccadenari e poi all’Arcivescovo, che nel 1588 la trasformò in mensa, per diventare nel 1751 carcere. Qui venivano rinchiusi i condannati per reati contro la Chiesa. Sulle pareti delle tre celle, situate nei piani intermedi della torre, sono leggibili iscrizioni incise dai prigionieri, tra cui quella di un certo Angelo Rizzoli “calcerato per avere ingravidato due sorele”, scritto di suo pugno.

La torre faceva parte della cosiddetta triade dei grattacieli medievali insieme a quelle dei Galluzzi e degli Azzoguidi. Le tre famiglie erano di parte guelfa e, sebbene lontane tra di loro, erano costruite in punti cruciali della città. La torre Prendiparte è conosciuta anche col nome di Coronata, per via della risega posta a circa 50 metri d’altezza. L’attuale proprietario vi ha realizzato uno tra i più esclusivi Bed&Breakfast del territorio.

Di fonte alla torre, al numero 3 di via Sant’Alò, è la casa dell’illustre pittore centese Francesco Barbieri, detto il Guercino, che si formò a Bologna e che ha un posto importante nella storia dell’arte italiana. Quando nel 1655 la regina Cristina di Svezia transitò per Bologna, visitò la dimora del Guercino per ammirare i suoi dipinti e “volle toccargli la mano come quella che aveva operato meraviglie”.

La casa doveva avere una vocazione particolare per ospitare pittori perché vi abitarono anche i Gennari, pure centesi e parenti del Guercino, nonché Alessandro Calvi detto il Sordino, e la famiglia Ferrari cui appartenne Giulio Ferrari insegnante di figura all’Accademia di Belle Arti.

Palazzo Bocchi, Via Goito 16

Un prestigioso palazzo del ’500 sito in via Goito al numero 16, di vigorosa architettura vignolesca. Lungo il basamento dell’edificio corrono le iscrizioni di versi latini di Orazio, “Sarai re, dicono, se agirai rettamente”, e di un passo in ebraico tratto dal Salterio della Bibbia, “Eterno, liberami dalle labbra menzognere e dalla lingua ingannatrice”, che il conte palatino Achille Bocchi volle fossero scolpite per identificare la prestigiosa sede dell’accademia Hermatena, da lui fondata.

L’accademia teneva le sue riunioni in una grande sala al pianoterra dove il Cesi dipinse le Divinità dell’Olimpo entro scomparti con grottesche.
Achille Bocchi fu un personaggio eclettico dedito alle speculazioni intellettuali, che costituirono lo scopo dell’istituzione la quale, peraltro, trova riscontro puntuale nel fiorire in quell’epoca a Bologna di numerosi circoli analoghi.

Le Annotazioni della volgar lingua, dialogo di Giovanni Filoteo Achillini, pubblicato a Bologna nel 1536, descrivono le dotte disquisizioni tenute in accademia fra amici, circolo formato dal Bocchi, da Leandro Alberti, da Romolo Amaseo, da Claudio Lambertini e da Alessandro Manzoli. Alle frizzanti discussioni parteciparono anche il futuro cardinale Gabriele Paleotti, Ulisse Aldrovandi e il professor Ludovico Boccadiferro. Alla lista non mancò il famoso Paolo Ricci, alias Camillo Renato, alias ancora Lisia Fileno, sostenitore dello spiritualismo valdesiano, già indagato per eresia e costretto alla fuga nel 1540.

Prima di fondare la sua Accademia, il Bocchi era stato lettore di lettere greche, di retorica e di poesia nello Studium Bolognese. Accanto all’Hermatena fondò anche una stamperia quale supporto ai desideri divulgativi degli accademici. Il marchio editoriale di questa singolare impresa tipografica un tempo era leggibile sulla ormai irriconoscibile testa di leone in arenaria che orna lo spigolo del palazzo in angolo fra le vie Goito e degli Albari.

Casa Grassi, Via Marsala 12, e Case medievali con portico in legno, Via Marsala 17/19

In via Marsala troviamo ancora oggi tre edifici che conservano l’antico aspetto medievale: il Palazzo Grassi al numero 12, ora sede del circolo ufficiali del presidio militare, e le case che gli stanno di fronte. L’antica dimora dei Grassi è una delle più interessanti fra le superstiti del secolo XIII; col portico a colonne di legno prive di decorazioni, la grande porta a sesto acuto e le finestre del piano superiore adorne di terrecotte, questo edificio ripropone il fasto non ostentato della famiglia che lo abitò, la quale fornì membri al Consiglio del Comune della città.

Casa Grassi anticamente fu di proprietà della famiglia Canonici che la vendettero nel 1466 ai Grassi, i quali la tennero e la abitarono fino all’estinzione della stirpe.
Nel cortile è conservata una Madonna col bambino in terracotta attribuita a Niccolò dell’Arca e decorazioni a intaglio attribuite a Properzia de’ Rossi.

Al di là della via, al numero 17, vi è la casa, essa pure con colonne di legno e con portico notevolmente più basso, che appartenne ai Ghisilieri. Invece quella al numero 19, un tempo dei Venenti, mostra graziose cornici nel davanzale in cotto delle arcaiche finestrelle gotiche.

Basilica di San Martino Maggiore, Via Guglielmo Oberdan 25

La piazza San Martino un tempo era luogo cruciale di vita popolaresca e vi fluiva anche il torrente Aposa, che qui venne deviato intorno al 1070 dal suo originario corso. Il torrente, ora ricoperto come tanti altri nell’ambito dell’area urbana, scorreva proprio davanti all’originaria chiesa di San Martino, alla quale si accedeva mediante un ponticello. Nell’ampliamento del secolo XV la facciata del tempio fu spostata più avanti così da coprire completamente il torrente, il quale oggi scorre sotto i piedi inconsci di chi entra nella chiesa.

La chiesa fu edificata nel secolo XIII, poi modificata nel secolo seguente. Nel ’400 fu ingrandita e la facciata fu rifatta nel 1879. Nella lunetta della porta laterale verso via Marsala vi è un interessante altorilievo del Manzini (1531) raffigurante San Martino che copre il povero col mantello.

L’interno è una vera pinacoteca: opere di artisti di secoli diversi, come il Massari, il Gennari, il Rizzi, Simone de’ Crocifissi, Aspertini, Cesi, Lodovico Caracci, Tiarini, Bigari, Costa, Calveart, Tibaldi, Spisanelli, oltre alle architetture del Torreggiani e di Andrea da Formigine… Nel sagrato davanti alla facciata della chiesa la statua della Madonna del Carmine, scolpita nel 1705 da Andrea Ferrero, è collocata su di un’alta colonna di macigno.

Fra le opere più importanti custodite nella chiesa spicca l’Adorazione del Bambino di Paolo Uccello, un affresco staccato, databile al 1431. L’opera, oggi collocata nella prima cappella a sinistra della chiesa, si trovava originariamente nella sagrestia e fu danneggiata da un intervento murario. Fu in seguito staccata e trasportata nella sede attuale.

Altra opera importante è la pala di Amico Aspertini. Realizzata nel 1515, rappresenta una Madonna col Bambino e i santi Agostino o Gregorio, Nicola di Bari e Lucia. Nonostante il riferimento alla celebre Estasi di Santa Cecilia di Raffaello, molto ammirata dallo stesso Aspertini, questa rappresenta una visione insolita in cui si fondono anche le influenze della pittura veneta.

Finestrella sul canale di Reno, Via Piella 2

Nascosta in una viuzza secondaria, non molto lontana dalla rumorosa via Indipendenza, una piccola finestra apre un quadro su una Bologna che non esiste più: la città dell’acqua, dei mulini e delle ruote idrauliche, dei filatoi e delle lavandaie…

La visuale, guadagnatasi l’appellativo di “Piccola Venezia”, lascia spazio alla fantasia e stuzzica i sensi tanto da percepire quasi, a distanza di secoli, gli odori dei maceri, di tintorie e concerie, i rumori delle segherie e gli schiamazzi degli animali che un tempo scendevano al guazzatoio per abbeverarsi o rinfrescarsi dalla calura estiva…

Fin dal Medioevo dal tratto del canale di via Riva di Reno, coperto nel 1957, si diramava una intricata rete sotterranea di condutture per la distribuzione di acqua alle attività produttive. I filatoi da seta costituivano le attività di maggior rilevanza economica, ma dalla fine del XVIII secolo la crisi del mercato serico portò a una progressiva chiusura degli impianti.

Agli inizi del ’900 Bologna era ancora medievale: le case affacciate sul canale fra il ponte di via Malcontenti (in passato detto dei Preti, su cui transitavano i condannati alla pena capitale condotti alla piazza del Mercato per essere giustiziati) e la via Oberdan, erano fornite di lavatoi a ponte levatoio, costruiti con tavole di legno sospese sul livello dell’acqua, e di botti in cui si calavano le lavandaie per lavare i panni.

Questo tratto è sopravvissuto alle coperture degli anni Trenta e Cinquanta del XX secolo, forse per ragioni di memoria storica in quanto già fungente da fossato difensivo della seconda cerchia muraria edificata nell’XI secolo. Su via Piella è conservato uno dei torresotti di questa cerchia che fungeva da porta d’ingresso in città.

L’intera area sviluppatasi intorno al Mercato era conosciuta per le viuzze malfamate con locali frequentati da gentaglia, però anche da studenti e occasionalmente da nobiluomini, clienti prediletti delle case di tolleranza. Fino all’entrata in vigore della legge Merlin nel 1958, lavoravano a pieno ritmo i locali di via Delle Oche e di via Bertiera.

Via Galliera

Strada nobile, tranquilla e silenziosa, con le facciate imponenti dei suoi palazzi ricorda la vita cortese dei secoli passati. Prima della costruzione della parallela via dell’Indipendenza fu una delle strade più vivaci ed eleganti della città. Un susseguirsi di edifici di epoche diverse la rende quasi un documento storico che racconta l’evolversi dell’architettura attraverso i secoli dal ’400 al ’700, con dettagli che risalgono a epoche ancor più antiche.

Edifici di grande pregio artistico: dallo scorcio della gran mole del palazzo Montanari Aldrovandi di sfarzosa architettura settecentesca, opera massima di Alfonso Torreggiani (prima della riedificazione vi soggiornò per più di un anno il giovane Michelangelo), fino ad arrivare a palazzo Felicini, ancora oggi quasi interamente conservato nella sua originaria architettura bentivolesca.

La storia racconta che, nel lontano mese di dicembre del 1515, vi soggiornarono Leonardo da Vinci e Filiberta di Savoia, ospiti del re di Francia Francesco I. In tale data ebbe luogo un confronto politico importante fra il re di Francia e il Papa Leone X (l’incontro segnò il concordato che riconosceva i diritti della Chiesa gallicana, e che durerà quasi immutato fino alla Rivoluzione Francese). La tradizione vuole che proprio in questo palazzo Leonardo abbia dipinto la Gioconda prendendo come modella Filiberta di Savoia e non invece, come si pensa, Lisa di Francesco Giocondo.

Proseguendo verso la monumentale Porta Galliera e all’incrocio con via Riva di Reno si incontra la Chiesa della Pioggia (’500). Nel ’600 di fianco alla chiesa venne costruito palazzo Tanari su disegno di Gian Giacomo Monti. Vi soggiornò nel 1656 V la regina Cristina di Svezia durante il suo transito per recarsi a Roma.

Più avanti sulla sinistra, palazzo Merendoni, con al suo interno la bellissima scala adorna di sculture del Piò. Era la dimora bolognese di Lord Byron, scelta per stare vicino alla sua amante, la contessa Teresa Guiccioli di Ravenna, che abitava soltanto pochi portoni più avanti, al primo piano del palazzo Savioli.

Percorso 1Da Dante a Marconi

Percorso 3Arte, cultura e nobiltà